lunedì 12 dicembre 2016

Export. In Cina il vino italiano è ancora poco promosso e conosciuto

Lost in translation. Il vino tradotto. Quando in Cina troppa cultura e identità territoriale generano incomprensione
Con il suo immenso patrimonio vitivinicolo è difficile semplificare, specialmente se si vuole, a differenza della Francia, mantenere vivi quei "cultural markers" propri dell'Italia enoica. Mentre i francesi in Cina cambiano nome ai vini.



Durante il convegno Business Strategies “Il mercato del vino in Cina: quali sviluppi?”, Zuming Wang, funzionario del Chinese Alcohol Bureau, ha analizzato le ragioni che pesano sul posizionamento del prodotto made in Italy nel mercato cinese, al quinto posto dopo Francia, Australia, Cile e Spagna, con una micro-quota pari a un ottavo di quella dei concorrenti d’oltralpe (5,6% contro il 43,3%).


L'Italia deve ora prestare la necessaria attenzione alle nuove esigenze ed alle richieste di un mercato in continuo sviluppo come quello cinese, e per farlo deve adattarsi al cambiamento. Questo la Francia, nostro principale competitor, lo aveva già capito da tempo, marciando nella giusta direzione alla conquista di un promettente mercato cinese, con un'incisiva promozione e cura dell'immagine dei propri vini: d'altro canto è nota la bravura dei nostri cugini d'oltralpe nel sapersi vendere.

“Chi arriva prima si mangia la torta”, è arrivato così a dire Zuming Wang, intervenuto in questi giorni al wine2wine di Veronafiere. Un detto cinese che il vicesegretario generale del dipartimento governativo per la legislazione sugli alcolici in Cina, ha utilizzato proprio quale sintesi delle difficoltà del vino italiano in Cina.

“I vini italiani sono poco promossi e poco conosciuti – dichiara Wang –, io stesso conosco solo Barolo e Prosecco. I vostri competitor sono arrivati prima, hanno capito il mercato e ora ne detengono le fette maggiori. Il margine di sviluppo è però ancora molto ampio e la torta non è completa – ha proseguito – per questo anche per l'Italia le possibilità ci sono”.

“La cucina cinese porta in tavola molte portate diverse contemporaneamente, una tradizione che rende difficoltosi gli abbinamenti enogastronomici e che impedisce alla ristorazione di diventare un canale di penetrazione efficace e capillare. Per la sua vocazione internazionale, la quantità di ristoranti e la capacità di intercettare i trend, forse è Shanghai la piazza più interessante in questa direzione”.

Se la Francia è leader delle vendite, ha affermato poi Tao Weng, vice general manager dello Shanghai Morning Post (Shanghai United Media), è dovuto al fatto di aver saputo adattare il suo prodotto al mercato, e questo anche cambiando i nomi in parole cinesi dal significato evocativo, semplici e facili da ricordare, come ad esempio lo Chardonnay che in Cina viene chiamato ‘perla al tramonto’. Una strategia che i produttori italiani potrebbero adottare, ma non sufficiente."

La varietà delle denominazioni, la lunghezza e la complessità dei nomi insomma, rendono i vini italiani di difficile comprensione per i consumatori cinesi. Penso che adottare una metodologia mirata, oggi ben supportata dai moderni mezzi di comunicazione, potrebbe sbloccare la situazione, non dimentichiamoci che l'intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento. E questo, quando gli italiani siamo messi alle strette, sono bravi a farlo.